martedì 29 ottobre 2013

Urbino, Nebraska. Alessio Torino.

La mia copia.
"Urbino, Nebraska" è un libro abbastanza breve e molto scorrevole,si legge in cinque minuti, ha una copertina perfetta e un'edizione confortevole in tutto.
Questo a primo acchito. Questo se letto velocemente, questo se letto con gli occhi.
"Urbino, Nebraska" è, per me, un libro a strati, perché da racconto di una realtà unica e comune, si trasforma in descrizione di anime diverse raccolte in uno stesso luogo fisico, ma a cavallo del tempo.
E' un romanzo costruito su racconti attraversati da due strade principali e condivise: Urbino, che è una città talmente straordinaria da essere, nella sua parte storica, patrimonio dell'umanità UNESCO e, la vicenda dolorosa di due morti violente avvenute all'interno di quelle meraviglie del Rinascimento. Sullo sfondo c'è una storia di droga consumatasi negli anni '80, tristemente comune in tutta l'Italia di quegli anni, mentre sul palcoscenico, in piani temporali differenti, si animano le vite di nuovi personaggi che attraversano un momento di scelte. Ci sono cambiamenti e riflessioni che ruotano intorno alle vicende di Bianca e Ester morte su una panchina e di Dorina, madre che sopravvive e, al contrario delle sue figlie, invecchia.
E' proprio su queste due linee conduttrici che il romanzo acquista un valore insolito, dato dal duplice contenuto di guida della città e di esploratore dell'anima. C'è l'architettura rinascimentale che interseca i vicoli medievali e c'è la quotidianità della vita universitaria, religiosa e culturale che si muove su scelte e stati d'animo decisivi. Sembra che Urbino, sospesa come l'isola che non c'è, raccolga la propria bellezza, i propri giovedì universitari, le proprie chiese e le vocazioni, le band di ragazzi e le difficoltà degli scrittori, raccontandole attraverso un tempo quasi volatile e in riferimento ad avvenimenti certi. I personaggi sono molti, descritti con scarsi tratti fisici, ma ben nitidi grazie alla loro gestualità, ai comportamenti, ad accenni di passato. Ecco, il passato è un gran protagonista e anche il futuro ha la sua parte, il presente invece sembra per tutti solo un passaggio, un veicolo da e per la vita.
"Urbino, Nebraska" è un libro con colonna sonora e scenografia, eppure rimane nella parola scritta, riuscendo a riconsegnare l'anima della gente di collina, solo alcuni dialoghi mi sembrano fermare la forza esplorativa del romanzo, le riflessioni invece sono lì che sorprendono il lettore per la loro forte umanità. Ho l'impressone che Alessio Torino apra a un genere, ci si affeziona ai luoghi e si sparpagliano pezzi d'anima tra i personaggi, per ricondurre tutto, in questo caso, a una sola meravigliosa cinta muraria e a due Torricini, come braccia e occhi.

Le Marche sono una regione di collina e collinare è il nostro sentire, ché c'è tanto mare e qualche montagna, ma qui più di tutto ci sono morbide onde di terra ed è così, non credo per suggestione campanilista, che ho sentito questo libro, dolce e nostalgico anche nella parte più dura.

venerdì 25 ottobre 2013

I libri, la crisi e il capodanno.

Questa è una divagazione personale nata dalle continue notizie di librerie che non resistono. Nessuna verità assoluta. E' ovvio.

Le librerie chiudono. E questo è un fatto drammatico.
Crisi economica e finanziaria del mondo occidentale generatasi negli strati più alti dell'atmosfera e che, ogni anno più forte, si abbatte su tutto ciò che è sotto il cielo.
Un uragano con la potenza del pugno, la virulenza di una malattia vissuta al caldo e la cancrena di tutto ciò che è trascurato. La crisi è verde come una ferita non curata, fa schifo lo so, ma è il suo colore.
Dopo cinque anni mi sento di dire, profanamente, ma di pancia, che non può parlarsi ancora di crisi vera e propria, la fase acuta non può durare una vita, la mia interpretazione è più concreta forse. Il mondo ora è questo, è fatto così, è cambiato, gli esuberi sono finiti, le scorte sono logorate, non c'è più niente se non le capacità. I beni per cavarsela oggi sono immateriali, le opere dell'ingegno. C'è caduto addosso tutto ciò che è stato lasciato indietro, tutto ciò cui non si è data importanza e tutto ciò che è stato rubato al futuro, sotto ogni forma. Perché è chiaro che il presente sia già il futuro, il futuro di ieri e se ieri non ho studiato oggi prendo quattro.
Posto che ormai i quattro sono diventati troppi, direi che è ora di mettersi giù sui libri. Metaforicamente e di fatto.
Tutto questo per dire che gli strumenti di domani si scelgono oggi e se lasciamo che arti, mestieri e commerci, animali e tradizioni, nomi di vie e volti scompaiano, poi non aspettiamocene il ritorno.
I negozi famigliari chiudono per mille motivi economici, politici e culturali. Le grandi catene proliferano per gli speculari motivi economici, politici e culturali. Sembra che le due cose non possano convivere, perché le si vuole necessariamente ricondurre l'una alla nostalgia e l'altra al progresso. Accettando che il mondo sia cambiato, perché non indirizzare questo cambiamento scegliendo cosa tenere e cosa buttare come in un ipotetico capodanno generale?
Tengo le librerie, tutte le librerie, che se chiudono la cultura ha perso e se la cultura perde l'uomo non migliora e si sa che l'evoluzione è una cosa spietata, sopravvive chi si adatta e ci vogliono istinto e cervello. Istinto e cervello, addirittura il cuore viene dopo. Se si riesce a sopravvivere all'uragano, ma si sono perse le conoscenze, la seconda ondata sarà definitiva.
Il pollice opponibile fa la differenza, non ci basta sopravvivere, se c'è solo la sopravvivenza, poi ci sono le rivoluzioni. Serve usare la testa e serve distrarsi, servono le librerie, che non possono chiudere sono lampadine per la mente e, servono le catene commerciali di altro genere, perché sono una forma di democrazia e divertimento importanti.
Che non ci sia una guerra, che si dia modo di convivere!
Non facciamole chiudere le librerie, festeggiare i propri successi con un libro, consolarsi con un libro, ridere con libro, regalare un libro, scoprire con un libro, stare in compagnia di un libro, è possibile e bellissimo. Fin da piccoli.

mercoledì 16 ottobre 2013

16 ottobre

1943. Il rastrellamento del ghetto di Roma.
 
" [...]molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa[...] "
 
16 ottobre 1943, Giacomo Debenedetti
 
Un'edizione Einaudi che racconta, dal 1945, cosa hanno visto i muri di quella parte di Roma in cui capita di passeggiare senza riflettere.

domenica 13 ottobre 2013

Dalla Lost Generation alla Beat Generation


Poesia degli ultimi americani. Fernanda Pivano.
Feltrinelli. La mia copia
Fernanda Pivano ha vissuto tutto ciò che mi fa sognare. Nota personale e inutile, ma che devo fare ognuno si emoziona a modo suo...
E fu così che dalla lost generation, in qualche modo iniziata da Withman e incarnata da Hamingway, Fernanda Pivano continuò il suo lavoro di felicissimo ponte e anima tra la letteratura americana e l'Italia.
Il riconoscimento mondiale della letteratura di Hamingway arrivò alla sua definitiva consacrazione o forse ancor di più a quella strana chiosa che è il Premio Nobel ed era il 1954. In quegli anni alla maturità di chi aveva combattuto due guerre mondiali, andava affiancandosi la gioventù di chi, classe 1922, continuava a vivere l'ansia di quella libertà e di quei cambiamenti che il mondo in ricostruzione avrebbe potuto offrire. Iniziava a palesarsi lo spazio, politico, mentale, d'opportunità e geografico, che culminò con le possibilità della "meglio gioventù" e che mai più la storia avrebbe conosciuto.
Insomma, arriva il 1957 e la Pivano legge per Mondadori "On the road" di Jack Keoruac, che all'epoca aveva 35 anni, il libro vendette poi milioni di copie. Eppure le prime analisi, che Fernanda fece di quel nuovo scrittore e della vita che raccontava, furono rifiutate dal quotidiano di Torino, La Stampa, come non interessanti per i lettori. Certo è chiaro che non tutti possono avere capacità di lungimiranza, fiuto letterario, sensibilità sociale e apertura ai cambiamenti, e fu così che ancora una volta Fernanda Pivano si rese portavoce in patria di una nuova ondata di cambiamenti.
E' chiaro che lei avesse a quell'epoca un tessuto di amicizie e contatti eruditi negli Stati Uniti e, dai quei canali provenivano aggiornamenti e stimoli irripetibili, lo dimostra il modo in cui "On the road" giunse nelle sue mani. Fu Hannah Josephson, allora bibliotecaria dell'Accademia Americana, e inviarle quel testo. Capire per Fernanda fu semplice.
Iniziarono i rapporti con quelli che furono poi gli esponenti di spicco della beat generation, quel gruppo di beati o di beated (battuti) che con Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Diane Di Prima, William Borroughs, ovviamente Jack Kerouac e molti altri poeti, animarono la scena letteraria degli anni '60. Autori con cui visse, che intervistò, che tradusse e di cui fu amica. Non è qui che racconterò cosa fu il beat e cosa sia, ma c'è un libro, o meglio un'antologia, curata dalla Pivano, che raccoglie quelle anime e l'espressione della nuova visione sociale e fin anche politica della delusione e della libertà quasi promessa.
"Poesia degli ultimi americani" esce con Feltrinelli nel 1964 e, il dato temporale è fondamentale per
capire cosa significhi quella parola "ultimi" che leggiamo nel titolo. Non sono gli ultimi in senso cristiano, né sociale, sono gli ultimi in ordine cronologico, sono gli ultimi poeti americani perché nel 1964 erano i contemporanei. Le ultime uscite forse, ultimo come dire oggi.
Einaudi, Mondadori, Feltrinelli, molti sono stati gli editori che hanno colto l'importanza di quella corrente, che ne hanno studiato, capito e perché no, vissuto la visione esistenziale e Fernanda Pivano è stata veicolo e anima di quella comprensione.
La prima settimana dedicata a Fernanda Pivano si conclude così, lasciando aperte tutte le porte che lei ha spalancato.

sabato 12 ottobre 2013

Fernanada e Ernest. Parte II.


(Foto tratta da Pinterest e ripinnata su Il tè tostato)


L'incontro con Hemingway  fu fortemente voluto dallo scrittore, dopo aver saputo che Fernanda era stata arrestata dalle SS a seguito di un blitz alla casa editrice Einaudi. Qui la milizia tedesca trovò il contratto che regolarizzava l'impegno della Pivano alla traduzione di "Addio alle armi".
La straordinarietà di quella ragazza era evidente anche al serrato cervello di un SS, rischiare tutto, anche la vita allora, per tradurre un libro non voluto. Eppure pochi anni dopo riconosciuto un capolavoro della letteratura mondiale. Tutti vorremmo aver scoperto come pionieri italiani, la potenza di quello scrittore, ma la prigione e affrontare le SS è un'altra cosa. Nemmeno immaginabile. Amare un libro è un fatto, lottare perché leggere quel libro significa libertà è un altro. Credo io almeno.
Fu così che una giovane donna di trentun'anni viaggiò da Torino a Cortina D'Ampezzo, alla volta di uno scrittore per cui aveva rischiato la vita e che l'aveva cercata per conoscerla. Anni dopo ormai, a guerra finita, ma a mondo e persone ancora distrutti.
Iniziò l'amicizia tra umani e tra professionisti, lei continuò a tradurlo, col contatto diretto con l'innovatività della letteratura di quel grande uomo che lei diceva la lasciasse senza fiato in ogni frase scritta, in ogni descrizione.
Ci sono libri, documentari, interviste, in cui lei racconta lui.
Fernanda Pivano è stata perfetta biografa di Hamingway perché era sua amica. Da quell'incontro a Cortina furono amici, in America, a Cuba, in quell'Italia che lui amava. A Venezia.
Ascoltarla qui e non lasciare più i suoi racconti del mondo letterario che sembra impossibile a vederlo ben ordinatamente premiato ed editato, ma c'è stato un tempo in cui per quella letteratura si veniva torturati, per quella letteratura c'era un passamano segreto di parole. Il minimo oggi è leggere!

venerdì 11 ottobre 2013

Fernanda e Ernest. Parte I

"[...]Mi prese per mano, mi condusse alla sua tavola, mi fece sedere accanto a sé e mi disse in quel suo bisbiglio così difficile da capire finché non ci si era abituati:
«Raccontami dei Nazi».
Fu l'inizio di un'amicizia che non finì mai, perché la mia devozione continuò anche dopo la sua morte".

Fernanda Pivano
introduzione a Addio alle armi, Ernest Hamingway Arnoldo Mondadori Editore, 1965

mercoledì 9 ottobre 2013

Lei, Spoon River e Pavese.

foto di e tratta da
www.einaudi.it
Cesare Pavese durante i suoi studi aveva conosciuto autori americani come Walt Withman, cui dedicò la sua tesi di laurea, appassionandosi sempre più alla letteratura americana che leggeva in lingua originale. Erano spesso opere non ancora diffuse in Italia, testi che parlavano di libertà e che riuscivano a sostenere l'antifascismo di chi, come Pavese, soffriva le costrizioni, anche ideologiche, del ventennio. Fu con questo spirito infervorato dall'ansia di nutrirsi di nuove idee, che il giovane professore contagiò la fertile anima di Fernanda Pivano, portandole una copia dell'Antologia di Spoon River. Si era tra gli  anni  '30 e i '40 e l'Europa conosceva ombre sempre più nere e profondissimi bui. Tempo prima, negli Stati Uniti, durante la prima guerra mondiale, lo scrittore Edgard Lee Masters aveva pubblicato, in una rivista chiamata Mirror, poesie che, in forma di epitaffio, raccontavano la vita di persone comuni, ma ormai sepolte in un cimitero di provincia.  I morti del paese di Spoon River erano diventati  protagonisti di poesie che riuscirono a parlare di vita attraverso la sepoltura, in un momento storico in cui il lutto incendiava tutto il mondo. Eppure quelle descritte da Masters, sembravano vita e morte d'altro tipo.
Nell'Antologia di Spoon River non c'erano epopee e gesta ardimentose, non c'era epica, ma semplici persone che avevano vissuto e descrivevano sentimenti e vicende, con la completa sincerità che derivava dalla protezione della morte. Quelle persone non c'erano più e le loro parole non avrebbero potuto avere conseguenze dirette, dunque non c'era motivo di abbellire, ingrandire, modificare o mentire.
L'opera di Masters era evidentemente rivoluzionaria per un'epoca di grandi potenze al braccio di ferro, la propaganda era in cabina di regia e la cultura indirizzata all'elogio della nazionalità. In Italia si era in pieno ventennio fascista e la libertà di pensiero viveva il suo medioevo e, con essa anche la diffusione di molte di quelle opere americane. Nanda conosceva benissimo l'inglese e la lettura di Masters la colpì profondamente, per la innovatività del parlare di sentimenti senza il filtro di ció che è opportuno dire e di ció che va invece taciuto, forse nemmeno pensato. Fu così che, grazie alla sua formazione poliglotta, Fernanda Pivano iniziò a dedicarsi, privatamente, alla traduzione dell'antologia di Spoon River. Pavese amava lo spirito della sua alieva, la capacità di rendersi vulnerabile davanti a una letteratura così viva e reale e, quando seppe della traduzione cui Nanda si era dedicata, si determinó a ottenerne la pubblicazione, finché ci riuscì con Einaudi, allora avanguardia dell'editoria. Esiste una lettera, datata 4 gennaio 1943, scritta da Pavese alla Pivano in cui lui le chiede l'invio del dattiloscritto di traduzione, ma in tempi brevi, perché  alla bella notizia dell'imminente pubblicazione, si era aggiunto il timore della chiamata alle armi e per allora era suo desiderio che il libro fosse pronto. Carteggi di altri mondi. Di tempi orribili e menti meravigliose.
Il volume fu bloccato dal regime per i suoi contenuti, poi di nuovo diffuso a guerra finita. Così una ragazza, che ardeva per la libertà e i libri e un giovane uomo, che di letteratura viveva, portarono in Italia, in piena seconda guerra mondiale, un libro sottilmente antimilitarista e privo delle maestosità di cui allora i regimi ubriacavano i popoli.
L'edizione che Einaudi pubblica oggi, (meravigliosamente) è ancora a cura di Fernanda Pivano e, dietro, non bisogna dimenticare, ci sono un giovane uomo di lettere, una ragazza colta e un editore illuminato, che in un' Italia di oppressione cercavano libertà.
L'Antologia di Spoon River è un regalo che persone coraggiose hanno rivolto al futuro. 

lunedì 7 ottobre 2013

Perchè Fernanda Pivano.



The beat goes on. Fernanda Pivano
Mondadori. La mia copia
Scrivere di Fernanda Pivano è tanto facile, tutti sanno chi sia e la sua vita è ovunque su internet e in libreria. Scrivere di Fernanda Pivano, per me, è tanto difficile, perché non l'ho mai incontrata eppure l'ho conosciuta ed è stata un punto di riferimento per me, per la mia crescita umana e di lettrice. Mi correggo lo è stata per moltissimi italiani di almeno due generazioni, ormai quasi tre, tra cui io. Ecco perché Il tè tostato dedica a lei un'intensa settimana.
Alla sua figura.
Ai suoi libri.
Alle sue traduzioni.
Ai suoi incredibili incontri letterari.
A una donna del novecento che ha guidato la diffusione di una nuova letteratura.
Nanda, come la chiamavano i suoi amici, nasce nel 1917 a Genova, in una famiglia del tutto particolare e che percepisco come il suo primo stimolo alla curiosità.
Genitori bellissimi, padre banchiere e molto ricco, educazione vittoriana e poliglotta, sua mamma era mezza scozzese e in casa di mescolavano le lingue, quando poi andò a studiare in una scuola svizzera, di certo completò quell'apertura che molti di noi oggi cercano di dare ai propri figli. Tradizione e avanguardia già fuse in una fanciulla che studiava pianoforte con incredibile passione e si volgeva incuriosita alla biblioteca che aveva in casa, facendo fin da subito della lettura un mondo necessario. Il peso dei silenzi vittoriani e le ali dal saper leggere i pensieri di altri popoli.
Da Genova si spostò con la famiglia a Firenze poi a Torino, dove visse la straordinarietà di frequentare la quarta e la quinta ginnasio con Primo Levi e sarà quel che sarà, ma quando nella stessa classe ci sono Fernanda Pivano e Primo Levi il novecento deve molto a quel liceo. Non basta, il professore supplente di italiano era Cesare Pavese. Ed ora forse è perfino troppo, ma la storia non si scrive in un attimo e la letteratura nemmeno, così quei rapporti e quegli incontri gettarono le basi di un dopoguerra in cui si cercava la pace e in cui qualcuno non riuscì a trovarla.
Poi due lauree, una in letteratura inglese con tesi su Moby Dick e la seconda in pedagogia presa studiando con Nicola Abbagnano, il diploma di conservatorio e una sensibilità già così rotonda che avrebbe potuto fermarsi. Pavese le aveva fatto conoscere Masters, Withman, Hemingway e lei volle  tradurli in italiano a volerli studiare e a scontrarsi con l'ingessatura culturale in cui l'Italia versava negli anni quaranta. Fu così che Nanda iniziò a scrivere sul mondo americano, a leggere gli scrittori d'oltre oceano e ad ardere per la voglia di diffondere quella cultura della libertà e dell'amore che negli anni '50 conosceva espressioni e repressioni così diverse nel nostro Paese, rispetto alla grande apertura del popolo che aveva salvato il mondo. Gli incontri e i sentimenti con quegli autori che aveva letto e tradotto e il circolo culturale italiano fatto di Salvatore Quasimodo, Alberto Moravia, Elio Vittorini, i Mondadori e molti altri, cui lei attinse di cui si arricchì, in uno scambio culturale e mentale che si può solo sognare. Nel 1956 l'inizio dei viaggi in America. Da qui la beat generation vissuta da osservatore, ma interno, le mille occasioni di confronto con Ginsberg, Kerouac, Ferlinghetti e Corso. E chi allora può tradurre i loro libri meglio di lei che l'ha conosciuti, respirati, vissuti, chi meglio di lei che la lost generation la vista negli occhi di Hamingway in uno stato di confusione e pentimento emotivo, di chi con Ginsberg leggeva e parlava di quelle poesie. Lei che negli anni poi uscì per la sua Arcana editrice con due volumi, di cui parlerò, sull'altra America degli anni '60.
Fernanda, l'italiana che ha letto la risposta che soffia nel vento.
Con infinita umiltà racconterò i rapporti di Fernanda Pivano con alcuni autori, le opere centrali nel suo percorso, i suoi libri, le foto, i sogni che m'ha regalato, ciò che ho letto, provando a testimoniare la mia infinita gratitudine.
(Qui su una sorta di biografia di Fernanda Pivano a cura di Guido Harari, in cui lei in prima persona commenta le foto della sua vita come in un album privato. Una preziosa edizione Mondadori).

giovedì 3 ottobre 2013

Il bar delle grandi speranze. JR (senza punti) Moehringer.

Il bar delle grandi speranze. J.R. Moehringer
Piemme. La mia copia.
Avevo intenzione di dedicare la settimana tematica di novembre a JR Moehringer e lo farò comunque,
ma oggi non resisto dal parlare de "Il bar delle grandi speranze", perché l'ho già letto due volte, l'ho appena consigliato a due persone che lo hanno comprato e quasi lo ricomprerei anche io.
"Il bar delle grandi speranze" è un capolavoro. Moehringer scrive in un modo molto americano ed estremamente evocativo. È in grado, in poche parole e in dialoghi scarni eppure densi, di tratteggiare non solo una società nazionale, ma un'identità cittadina, un nucleo di quartiere e ancor di più una famiglia disgregata, ma stranamente imperniata su una sola casa, il volto di un gruppo di amici e  l'anima di ragazzino che diventa adulto. Un'analisi a un microscopio sempre più potente, come in quelle immagini in cui dall'universo zoom e si arriva alla via lattea, zoom la Terra, zoom, gli Stati Uniti, zoom, New York, zoom, Manhasset, zoom, il divano del bicentenario, zoom il bar, zoom, JR Moehringer.
Un libro di ingrandimenti dentro il tempo e nello spazio.
La storia viaggia attraverso circa vent'anni, dall'infanzia all'età adulta di JR, un ragazzino che vive ascoltando alla radio la voce di un padre dj che non conosce, in continua spola tra la casa dei nonni e l'indipendenza strenuamente cercata da sua madre. Tra il desiderio di essere un uomo e la ricerca spasmodica di figure maschili. JR abita a Manhasset, nella città de "Il grande Gatsby" e cresce con una mamma che tutte noi vorremmo essere, una mamma che non ha paura, che vuole fare da sola, che lotta per suo figlio, che lo protegge, ma che sa arrendersi e tornare sui suoi passi, una mamma che non teme la lontananza, una mamma che regala al figlio la libertà di sognare e di realizzare quei sogni. Inutile dire che la mamma di JR Moehringer è entrata nel club dei miei modelli genitoriali.
JR si trasferisce in Arizona, ma non perde un'estate a Manhasset e passando gli anni sarà pian piano ammesso al circolo degli uomini del bar, le figure maschili della sua vita, i suoi esempi di lealtà, la sua famiglia di simili, finché diventerà lui stesso uno degli uomini del bar, uno del Publicans, uno di loro. Il bar come una famiglia, una casa, un nido che non si vuole lasciare, perché fuori c'è di tutto e lì dentro il caldo buono delle poche, ma incrollabili certezze. Finché casa non significa sabbie mobili. Finché il bisogno di integrazione finisce per bloccare tutte le aspirazioni e, allora il Publicans, ventre caldo, sarà un trampolino di lancio. Un libro sui sogni e la loro realizzazione (possibile!), da leggere ascoltando Frank Sinatra, perché JR per tutta la sua vita dentro quella voce conosciuta a tutto il mondo, cercava il cuore di suo padre.
Un libro eccezionale. Stupendo. Il libro che non vorrei aver letto per leggerlo ancora.
Tutto per una serata al Publicans!

martedì 1 ottobre 2013

...perché ottobre è tutta poesia...


"Non so se tutti hanno capito, Ottobre la tua grande bellezza:
nei tini grassi come pance piene prepari mosto e ebbrezza, prepari mosto e ebbrezza...
Lungo i miei monti, come uccelli tristi fuggono nubi pazze,
lungo i miei monti colorati in rame fumano nubi basse, fumano nubi basse"

Francesco Guccini, Canzone dei dodici mesi