Dove eravamo rimasti
Avevo una piccola casa accogliente ma che man mano ho smesso di frequentare.
La vita mi portava sempre su altre strade, non riuscivo più a passarci qualche giorno, né a entrare anche solo per controllare se andasse tutto bene. In effetti era un periodo di intensa fatica emotiva e mentale e tutto assomigliava più a un impegno che a un piacere. Non avevo coperto i mobili, avevo chiuso le finestre o sprangato la porta, non avevo fatto altro che andare via, lentamente, ma sempre più lontano. Ogni tanto parlando dicevo ah sì una volta avevo una casa lì, a un certo punto nemmeno più con nostalgia, solo con un tono molto piano, come si racconta un'esperienza comune, così parlando rapidamente, no non ci vado più, non ho più tempo, anzi dovrei proprio passarci per chiudere tutto. Ma non l'ho mai fatto.
Anni intensi dicevo, e faticosi, incerti anche, spesso ho l'impressione di averli passati attaccando le giornate le une alle altre come incollavo le figurine sulla carta da parati di camera mia trentacinque anni fa. Quasi a caso. Una conduttrice c'era, ma più vicina al cosa si deve che al cosa si vuole, landa misteriosa, quest'ultima, per molto tempo. Anzi, landa dimenticata. Come la piccola casa.
Qualche tempo fa, poche settimane direi, ho pensato, senza dirlo ad alta voce, che sarei tornata volentieri a vedere cosa avevo lasciato lì. Cosa avevo lasciato qui.
Mi è capitato di sentirmi errante, come quando giri in macchina perché vuoi fermare la testa e in effetti ho guidato parecchio, soprattutto in tangenziale, sospesa ma non con la consapevolezza con cui lo dico ora, perché facevo tutto quanto andasse fatto, meccanica e sopraffatta.
Insomma c'ho messo un po' di tempo a scrollarmi via parte di quella stanchezza, sicuramente è stata importante anche la diagnosi di una malattia cronica che mi ha spiegato che non fosse tutto nel mio cervello, ma che in effetti anche il mio corpo era alla frutta, e da quando quattro tra sonde, bisturi, telecamere, pinze o non so cosa sono entrati nella mia pancia togliendo qualcosa che dava fastidio, mi sento meglio. Ma un meglio veramente determinante e me lo dice, viceversa, più il cervello che il corpo.
Chiaro è che avevo già iniziato a rimettere in fila i pensieri, a limitare un po' quell'esasperazione che mi trainava e dalla quale mi distraevo. Su questo devo dire che sono diventata bravissima, so distrarmi da tutto con grande efficacia, almeno nei primi strati del mio essere e soprattutto in quello visibile. La mia distrazione preferita è lo shopping, il piacere momentaneo e il pensiero di vedermi meglio (per sentirmi meglio, bambina mia!), segue il sonno. Dormici su, dovrebbe essere un motto. Ma probabilmente ho dormito troppo. I libri no, i libri non distraggono granché se li ami, almeno non distraggono me perché vorrei esserci dentro ma se non sei qui, difficilmente puoi andare lì, allora ho letto per lo più lettere, una quantità infinita di lettere, diari e memoir di autori, artisti, esploratori e di persone comuni. Una quantità industriale di racconti di quotidianità di vere persone.
Quando appiccichi i giorni non è che hai giorni vuoti, sono semplicemente più fini a loro stessi che costruttivi, o almeno non costruttivi per te, per gli altri puoi mettere in piedi qualsiasi cosa, sei tu l'inciampo, ma dato che il tempo non passa invano e che tutto sedimenta, ecco qua che accorgermi ogni giorno di qualcosa di carino ha iniziato a essere il mio superpotere e così, nonostante disillusione e cinismo, intossicazione da social e un carattere troppo nervoso, prendi la direzione del ritorno. E non come gli indecisi patologici. Torni da te.
E qui (ci sarà da dare una sistemata).
Laura
P.S. Si sa che mi piace il vintage.




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