martedì 7 ottobre 2014

Mattatoio n.5. Kurt Vonnegut


Mattatoio n.5, Kurt Vonnegut
Feltrinelli

Negli ultimi tre anni ho passato a Dresda molti mesi. Ho avuto una casa in affitto nella Neustadt per tutto il tempo, ho conosciuto la città, le persone, la storia recente e quella passata, visitato musei, passeggiato sull'Elba, imparato a capire l'Altstadt, a conoscere questa parte di Germania, ho letto i manifesti affissi sui muri e le scritte che descrivono il sentire degli abitanti di Dresda, ho iniziato a capire il tedesco e a volerlo imparare, ho immaginato mille volte cosa fosse successo, il colore del cielo, i buchi tra i palazzi presenti ancora oggi, costruzioni annerite dalle fiamme, finestre murate, porte sbarrate di assi e poi c'è una modernità eccezionale, la ricostruzione, i retaggi della DDR e in tutto questo senza spiegarmelo non avevo mai letto Mattatoio n.5, il libro in cui Kurt Vonnegut racconta la sua Dresda e il suo bombardamento, perché lui era lì e sembra non essersene mai allontanato. Vonnegut era un americano di origine tedesca, durante la seconda guerra mondiale arrivò in Europa, fu catturato e mandato a Dresda e così il protagonista di Mattatoio n.5, Billy Pilgrim un ragazzo alto, vestito in maniera ridicola con ciò che ha trovato per non sentire freddo, inviato a lavorare in una fabbrica in cui si produceva sciroppo per donne incinte, un complesso vitaminico di cui i prigionieri si riempivano la pancia di nascosto per non morire. Vonnegut scrive un libro di fantascienza in cui presente, passato e sogno si mescolano, in ogni momento della sua vita, quando Billy arriva a un punto di rottura viaggia nel tempo e raggiunge il suo futuro di imprenditore di successo o il suo passato di testimone del bombardamento o il suo viaggio su Trafalmadore rapito dagli alieni. Sembra che la vita presente di Billy, e forse anche di Vonnegut, non possa prescindere da quei giorni di febbraio del 1945, quando era nascosto nella grotta n. 5 del mattatoio di Dresda, mentre sopra gli alleati radevano al suolo la città in uno di quegli atti di guerra dei quali è inutile capire le ragioni. Non ci sono ragioni per uccidere tanta gente se non la paura o l'odio. Viaggiando nel tempo si conosce la vita di Billy, la sua passione per uno scrittore di fantascienza, sua moglie, i suoi figli, il modo in cui è riuscito quasi inconsapevolmente a costruire un'impresa fertile e enorme, e si vede Dresda, come la superficie lunare nel momento in cui i prigionieri escono dal mattatoio e si avventurano per una città in cui non c'è più nulla. Non c'era cibo, non c'erano palazzi, non c'erano i simboli della città, non c'erano persone, nulla, solo crollo, fumo, fiamme e distruzione. Vonnegut scrive della "Crociata dei bambini" che vanno a combattere su decisione di vecchi distruttori del mondo e non vede altro che dolore seppure ha degli occhi strani e lievi, guarda la guerra con l'accettazione di chi ne vuole uscire e forse per salvarsi non serve combattere. Dresda era città aperta e venne distrutta, un giorno passeggiando verso il museo di Storia Militare commentai l'orrore di quel bombardamento e i ragazzi tedeschi con cui ero risposero "Noi però avevamo fatto quello che abbiamo fatto" e di nuovo non c'era niente da capire, perché la guerra non ha senso, ma difendersi è un diritto, o forse un dovere. Quel museo è un po' in alto sulla città e un architetto americano l'ha progettato inserendo in cuneo in acciaio cemento e vetro infilato nel vecchio edifico come una scheggia e  composto di lamette inclinate attraverso le quali si vede Dresda sotto il bombardamento. Il bombardamento è rimasto nell'anima della città e parlare di guerra di solito è così prosaico, ma non per Vonnegut che scrive un libro forse per fare i conti con la sua presenza nel mondo laddove il mondo stesso andava a fuoco o forse mettere tutti di fronte a quell'avvenimento di fiamme eterne. Dopo il bombardamento venne la distruzione e a seguire la DDR di cui oggi ricorre l'anniversario della proclamazione, la città rimase distrutta, l'erba coprì i resti del barocco e di una città splendida, quello era il monito contro la guerra, non piangere i morti rimasti sotto le macerie e non ricostruire sé stessi. Di tutto questo Dresda porta il segno, ci sono grandi aperture tra i palazzi rimasti in piedi o ricostruiti, la chiesa simbolo del protestantesimo, che non esisteva più, è di nuovo al suo posto. è stata portata a termine soltanto nel 2005, alcuni dei casermoni sovietici rimangono, così come rimangono la sensazione di salire in casa e chiedersi chi sia corso giù piangendo nel febbraio del 1945 e la grande solidarietà e disponibilità che animò i suoi cittadini durante la DDR. "Mattatoio n.5" è un libro di fantascienza che racconta una storia vera e lo fa con gli occhi di pace di chi era lì e non vuole più tornarci e con la capacità rarissima di non esprimere giudizi, seppure c'è il racconto di una fucilazione che riaccende nel lettore l'immagine del tedesco cattivo e quasi del "vi sta bene che siate tutti morti", ma i lettori non sono Vennugut e non erano lì, non ci si può aspettare la stessa umanità.
L'emozione sale quando Billy Pilgrim negli anni '60 è ricoverato in ospedale e tutti lo danno per spacciato e accanto a lui si parla della guerra e di Dresda e lui dice "Io c'ero." E sembra impossibile. Commovente e carico dell'impossibilità di liberarsi dalla propria storia "Mattatoio n.5" è un libro che non si può scavalcare. "So it goes".
(Ora dirò una bestialità forse, ma rivedo tratti di Billy Pilgrim in molta della cultura popolare degli anni '90, dall'inconsapevolezza di Forrest Gump alla disperazione di Roberto Benigni in "La vita è bella").

Dresda dall'Elba


Neustadt

Ricostruzione recente e distruzione del 1945

Un angolo di Neustadt non cambiato dalla DDR

Retaggi

I muri di Dresda oggi
"Nessun uomo è illegale".
Nostalgia.
Coscienza.

2 commenti:

  1. Accettazione(???)..giocosa(???)....temo che fosse piuttosto un disperato tentativo di suggerire una via di fuga dalla realtà ad una mente tanto tanto tanto innocente, quasi ad indirizzarla verso un rifugio nella follia.

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    1. Lei ha ragione, ho scelto due parole sbagliate, posso correggermi.

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