martedì 10 dicembre 2013

Dieci dicembre. George Saunders.

La mia copia.
E' scritto ovunque, e vorrei vedere dato che è uscito sul New York Times Magazine, "Il più bel libro che leggerete quest'anno".
Sarà vero, non lo so, direi che mi fido, ma secondo me più che altro è un libro che si tatua sul lettore, "il libro che lascia più tracce di sé di quest'anno", ma non sono il New York Times Magazine, questo è Il tè tostato, opinione non tecnica, non critica, non blasonata, non pubblicitaria, senza alcuna capacità di indirizzare alcuna tendenza, non potente, che non conta, non certo newyorkese.
Per me il dire che sia un bel libro, è come dire "ah Roma, che bella città", si sarà pure bella, ma non è il punto. Non secondo me, che comunque non conto.
Una raccolta di racconti, si dice così quando un libro è fatto di storie ognuna col suo titolo, i suoi personaggi spesso diversi, così come lo sono le ambientazioni, gli scenari, lo stile e la lunghezza. E' proprio la frammentazione che alcune volte rende difficile la lettura di un libro di racconti, cambiare passo, entrare nella storia e doverla subito lasciare, incontrare l'approdo dopo un viaggio forse non completo. In molti preferiscono il romanzo, probabilmente solo Calvino ha unito le due cose con la capacità di volerci far leggere tanti romanzi quanti sono gli incipit di Se una notte d'inverno un viaggiatore. (In quel caso si tratta di uno dei libri più incredibili di tutti i tempi e non sarò tecnica, ma so leggere). Saunders m'ha ricondotta a tanti scrittori, a tanti libri, a un mondo interiore che latita se non viene pungolato e qui il pungolo picca, con bel dolore confuso che si avvicina al piacere e "Dieci dicembre" non si lascia mollare.
Dieci storie che culminano nel racconto che da' titolo al libro e sfogo alle lacrime. Attori di diverse età e condizioni, ma in difficoltà, nella traccia comune della scelta tra essere migliore e o fare il meglio per sé stessi e la presenza di madri che, fisicamente presenti, immaginate o lontane, intonano il controcanto alla voce dei protagonisti.
"Dieci dicembre" è immediato e fragile, con dentro persone nel guado, calate nella realtà più nota come nella fantascienza, tutti con grandi occhi che si muovono tra la possibilità di compiere un gesto degno, un gesto per qualcun altro, che sia qualificante, che sia lodevole, che sia quasi un riscatto e il voltare lo sguardo, se si è in grado anche i pensieri, dove non c'è l'angoscia del mettersi in discussione. Emozionante è la contesa tra l'istinto e la ragione, dove la ragione conduce stranamente a sogni e desideri. Lo stile è immediato senza essere superficiale, prende per mano e porta via, un invito a cena dal quale si torna a casa a pranzo del giorno dopo, evasione e coinvolgimento, in abbandono all'essere asciutti, chiari, definitivi, certi e sicuri "so cosa sto dicendo e non cambierà e, tu vieni con me fino alla fine". Ecco "Dieci dicembre" m'ha fatto più o meno questo discorso.
Se interessa "Fuga dall' Aracnotesta" è il mio racconto preferito, mi ha fatto pensare a Fahrenheit 451, e a quando, vada come vada, a un certo punto ci si alza e si dice "così non gioco più".
Leggere Dieci Dicembre è un consiglio. Oggi, dieci dicembre.

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