lunedì 24 febbraio 2014

In partenza per New York


...io ci vado così...


Le mie copie

La vita davanti a sé, Romain Gary. Neri Pozza
Santa Evita, Tomàs Eloy. Sur
Passi, Jerzy Kosinski. Elliot
Follie di Brooklyn, Paul Auster. Einaudi

domenica 23 febbraio 2014

Sofia si veste sempre di nero. Paolo Cognetti

Sofia si veste sempre di nero. Paolo Cognetti
minimum fax
La mia copia.
"Sofia si veste sempre di nero" è un libro sulla vita di una donna, ma è scritto da un uomo.
"Sofia si veste sempre di nero" è un libro in cui Marte e Venere si toccano e ne esce una ragazza ruvida come certi uomini, morbida come certe donne e irrisolta come la maggior parte delle persone. Sofia nasce per sbaglio, non era cercata, ma ha imposto la sua vita con talmente tanta determinazione che è diventata frettolosa ed è nata presto, troppo, ma in tempo per conoscere la prima figura femminile, incredibilmente femminile, del libro, l'infermiera che la accudisce in ospedale. E da quei primi giorni vissuti sotto la carezza di chi era infelice, Sofia prende e porta con sé la capacità di soffrire, di farlo intensamente, con un dolore che avvolge.
Sofia sarà una bambina con un'infanzia di fantastiche avventure di pirati, una mamma instabile, un papà che lavora e che trova la passione, e forse l'amore, fuori dal suo difficile matrimonio. Sofia sarà magrissima, con biancheria nera, la sigaretta in mano, la curiosità del luogo in cui vive rivolta tutta su di sé e un rapporto feroce col mondo. Sofia soffre da sempre fino a non saper soffrire, fino a saper scegliere e fino a saper interrompere l'amore naturale. La dolcezza è chiusa dentro un'aggressività che sfida continuamente chi ha di fronte, ma c'è e compare davanti a un panorama di Milano di notte, nella ricerca di una vasca da bagno o su una panchina nel giardino in cui è cresciuta.
Negli anni si avvicenderanno donne che in qualche modo faranno di Sofia, e della sua fragilità, il loro perno stabile, un asse terrestre molto inclinato, una ragazza con la capacità involontaria di far sentire importanti le persone che la circondano, perché un suo sguardo, una sua parola, un suo oggetto, perfino il suo dolore diventano fondamentali per chi le vive accanto. Perché Sofia è in bilico sul filo teso tra la sua difficoltà e la sua umanità, tra il respingere e l'includere. Tra il chiudere la porta e urlare perché qualcuno la sfondi.
La zia ex membro della lotta armata, una donna che è dovuta scappare, che non ama da una vita e che si prende la responsabilità della nipote, di insegnarle a mangiare; l'amante di suo padre, una ragazza che aspetta finché non diventa una donna che, stanca, se ne va; Margherita, conosciuta nella clinica in cui Sofia viene ricoverata dopo il tentativo di suicidio, forse l'unica figura che torna, l'unico cerchio che si chiude, il mio personaggio preferito, perché ricorda per risolvere i propri pensieri, torna sui suoi passi e sa dire grazie; una madre infelice e confusa; delle coinquiline che diventano una famiglia o vorrebbero esserlo. Un uomo lontano, suo padre, col quale Sofia, ormai grande, parla come con nessuno in tutta la vita; il suo maestro d'avventure, Oscar, l'unico con cui è stata felice eppure erano solo bambini che giocavano ai pirati; l'insegnante di teatro e amante, che a mio avviso ha l'unico pregio di possedere una vasca da bagno e di lasciare che lei ci si immerga.
Ogni tappa della vita di Sofia è una storia, fino al suo arrivo a New York, dove ormai attrice, perché ha mille difetti, ma non è vigliacca e tenta di realizzare i propri sogni, conosce la voce che parla di lei, il narratore della sua vita.
"Sofia si veste sempre di nero" è un romanzo a forma di racconti che descrive quella voglia di non essere sé stessi che bussa al cuore di tutti (o almeno al mio), sono dieci storie con la stessa protagonista, che all'inizio nasce e alla fine ha un futuro.

"Sofia si veste sempre di nero", di Paolo Cognetti ed edito da minimum fax, è stato il terzo libro letto da @TwoReaders, il gruppo di lettura ideato da Il tè tostato e sostenuto dalla partecipazione di tante persone e dall'impegno di una fedele cofondatrice.

venerdì 21 febbraio 2014

La vita davanti a sé, Romain Gary. La nuova intensa lettura di @TwoReaders

Il tè tostato continua a supportare @TwoReaders.


La vita davanti a sé. Romain Gary
Neri Pozza. La mia copia

Il gruppo di lettura su Twitter, per la quarta esperienza ha scelto "La vita davanti a sé" di Romain Gary edito da Neri Pozza. Un romanzo d'ambientazione francese e atmosfera multietnica, in cui gli occhi di un bambino raccontano una vita colorata e ricca di un sentire infantile e profondo.
Si inizia a leggere lunedì 24 febbraio pv:

Per partecipare:
  • leggere il libro indicato;
  • di seguito è riportato il ritmo di lettura con indicazione di pagine e ultima frase;
  • nei giorni di lettura ciascun tweetlettore ha a disposizione due tweet di commento o citazione;
  • la lettura si concluderà in 11 giorni al termine dei quali il gruppo, moderato da @TwoReaders, dibatterà sugli aspetti più significativi del libro;
  • ai tweet potranno essere allegate immagini attinenti;
  • i tweet vanno indirizzati unicamente all'account @TwoReaders, a meno che non siano di  risposta, in questo caso saranno indirizzati al destinatario e a @TwoReaders;
  • gli hashtag per questa lettura sono #lavitadavantiase o #gary;
  • ciascun lettore è ovviamente l'esclusivo responsabile di ciò che scrive;
  • evitare lo spoiler;
  • agire nel rispetto dell'opera, dell'autore e dell'editore;
  • @TwoReaders modererà la lettura e si riserva di bloccare account che non operano secondo le regole o contrari allo spirito del gruppo.


Si legge:

Giorno 1)
Lettura fino a pag. 24 “come se fosse tanto importante arrivare in cima al sesto piano”;

Giorno 2)
Citazioni e commenti del giorno 1)
Lettura da pag. 25 a 43 “tutte le belle cose che ci sono al mondo”;

Giorno 3)
Citazioni e commenti del giorno 2)
Lettura  da pag. 45 a pag. 65 “non gli hanno permesso di diventarlo”;

Giorno 4)
Citazioni e commenti del giorno 3)
Lettura da pag. 67 a pag. 86 “le cose ci tengono al loro posto”;

Giorno 5)
Citazioni e commenti del giorno 4)
Lettura da pag. 87 a pag. 106 “questo le faceva meno paura”;

Giorno 6)
Citazioni e commenti del giorno 5)
Lettura da pag. 107 a pag. 123 “non bisogna andarsela a cercare”;

Giorno 7)
Citazioni e commenti del giorno 6)
Lettura da pag. 125 a pag. 142 “molti anni a parte il resto”;

Giorno 8)
Citazioni e commenti del giorno 7)
Lettura da pag. 143 a pag. 161 “una pacca su una spalla e se n’è andato”

Giorno 9)
Citazioni e commenti del giorno 8)
Lettura da pag. 163 a pag. 179 “era un piacere vederla”;

Giorno 10)
Citazioni e commenti del giorno 9)
Lettura da pag. 181 a pag. 199 “ho perfino piagnucolato un po’”

Giorno 11)
Citazioni e commenti dal giorno 10)
Lettura da pag. 201 a pag. 214 “bisogna voler bene” FINE.

lunedì 17 febbraio 2014

Il libro degli haiku. Jack Kerouac

Il libro degli haiku. Jack Kerouac.
Mondadori
La mia copia.
Jack Kerouac era un poeta vorace e delicato, americano, ma francese, mangiatore di asfalto, ma senza patente, (come ho scoperto essere molti che guidano tutto tranne le macchine, divorano da un lato e siedono al posto del passeggero dall'altro) a un certo punto della sua vita, dopo il viaggio tra i confini d'America, scoprì il buddhismo, divenne esploratore della tecnica metrica giapponese e ne curò un adattamento all'inglese e più ampiamente alle lingue occidentali. Jack Kerouac che dove gli occhi sono piccoli e il cuore stretto è un ubriacone, magari anche molesto, spesso delirante e noioso nella sua prosa, era, in realtà, un poeta con l'animo dei poeti, che sanno osservare, che sanno descrivere, che patiscono nel separarsi dal loro sentire, ma non possono fare altro e che magari, proprio per quell'ampiezza d'anima, annegano. Perché i poeti non hanno le ali, sono soltanto uomini in grado di regalarle ai sentimenti muti di chi poeta non è.
Jack Kerouac, dunque, uomo, narratore e anima del beat a volte sgranato, ebbe anche una profonda dimensione intima, fu per esempio un lettore, un curioso, un uomo in grado di trarre ispirazione da grandi scrittori, una persona che imparava a meditare e che (incredibile!) si fermava, nutrito di parole, di letteratura e di pensiero. Quando si vive a contatto con poeti e letterati, e lui lo era e lo faceva, immagino che gli stimoli arrivino un po' da ovunque e si mescolino finché saranno poi elaborati in altro e pare che così, a Berckeley, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gary Snyder iniziarono a parlare di haiku, sotto la guida di Snyder che veniva da un periodo in Giappone. Così Sal Paradise entra nell'armonia metrica dei fiori di loto, nelle suddivisioni in stagioni dei componimenti giapponesi e li fa suoi infilandoli nelle pieghe del vivere e del sentire americano, non nell'ordine giapponese, ma comunque nell'approdo alla sintesi poetica di un'immagine, diciassette sillabe e un mondo intero.
Ginsberg considerò Kerouac l'unico americano poeta di haiku, lui trovò un modo in cui esprimersi, in istantanee, descrittivo del suo osservare e i fiori di loto diventano marciapiedi, i petali diventano suoni jazz e la decisa cultura giapponese non snatura il sentire e la poetica di un fragile convinto. Un curioso, un sentimentale, un delicato, in realtà qualcuno che posso solo studiare e adattare ai sentimenti che ho provato per lui e per le sue opere, perché davvero com'era Jack Kerouac lo posso solo leggere, dato che lo smarrimento di cui era capace lo portò via dieci anni prima della mia nascita. Aveva l'età di mio nonno, ma per me non è mai stato vivente. Leggo le sue parole, leggo i suoi biografi e i suoi conoscitori, leggo i suoi veicoli e cresco il mio sentimento per un uomo morto, o potrei inutilmente parafrasare e chiamarlo un "poeta estinto", lui, un americano che mi ha insegnato a leggere gli americani.
Tre versi di cinque, sette e cinque sillabe, un componimento immediato, sembra semplice, evocativo, descrittivo, ci vuole sintesi, ma una sintesi (con dentro l'analisi, con dentro il cuore) che è un dono. 
Il libro degli Haiku, Jack Kerouac, Mondadori a cura di Regina Weinreich, è un libro di poesie e racchiude le stagioni con  animali e  colori, vento e sole, oggetti quotidiani, musica, orari e giorni della settimana, fiammiferi e cucine, l'aulico e il terreno, il solo sentimentalmente aulico e ciò che in realtà nasce terreno.

Le gocce di pioggia hanno molta
       personalità
Tutte
Jack Kerouac.

giovedì 13 febbraio 2014

13 febbraio 1903. Liegi. Georges Simenon.

Georges Simenon
Foto tratta da Pinterest e ripinnata su Il tè tostato
Che Georges Simenon non fosse francese ormai credo lo sappiano tutti, io l'ho scoperto nel 2001 a
Leuven mentre ero in Erasmus, appunto, in Belgio e qualcuno con una certa stizza che probabilmente proveniva dall'orgoglio mi disse "Era Vallone, di Liegi, belga, non francese. Belga." Non francese. Punto. Belga.
Georges Simenon era belga ed è nato oggi, 111 anni fa a Liegi.
E' il terzo autore di lingua francese più tradotto al mondo (pare dopo Verne e Dumas), ma è il primo belga e il sedicesimo più tradotto di sempre; lo dice l'UNESCO che ha un database, l'Index Traslationum, che è una miniera di catalogazione delle opere tradotte in tutto il mondo (me lo immagino come un luogo simile alla stanza della lista di Babbo Natale).
Negli anni '30 Simenon ha creato il commissario Jules Maigret e scritto una biblioteca di libri polizieschi. In Italia sono le edizioni gialle di Adelfi, ma sono diventati programmi radiofonici, sceneggiati televisivi con Gino Cervi con la pipa e certezze, direi, letterarie e popolari. Simenon è diventato famoso così, con la paternità di un poliziotto arguto con la pipa in bocca (come lui) e uno stile che lo fa apparire un uomo che invece di camminare scrive o, forse, che scrive con la stessa naturalezza con cui il resto del mondo cammina.
Simenon è uno dei miei scrittori preferiti (ammesso che sia una frase sensata) e a proposito di libri che salverei dall'incendio ce ne è uno, il più struggente di tutti, quello del quale trovo più tracce nei libri degli altri, il libro più fermo e veloce allo stesso tempo che abbia mai letto "Tre camere a Manhattan" di cui ho parlato qui e che per me vive nell'Olimpo del libro meraviglioso.
Una storia di Simenon è un ambiente, un microcosmo con le sue regole naturali, ciò che avvolge non credo siano le parole, ma il modo in cui le parole sono legate tra loro e esposte all'esterno, il modo in cui danno dimensione, o meglio tre dimensioni, ai personaggi che diventano persone e l'atmosfera che ne viene fuori, in un'assoluta aurea di realtà in cui ci si immerge lentamente, scendendo piano attraverso una coltre di sovrapposizioni emozionali, giù fino al cuore, fino a toccare la terra della storia e avere la cupola stratificata del sentire al posto del cielo.
E se non è il momento per lo struggimento dell'anima, c'è sempre la mensola giallo Adelphi e color Maigret nelle librerie, ed è un luogo da cui pescare. A caso.


"La verità non sembra mai vera."
Le memorie di Maigret, Georges Simenon

mercoledì 12 febbraio 2014

Guten Morgen nostalgia!





Vivere in Germania per qualche mese all'anno è un'esperienza rivelatrice della cultura eco-bio tedesca su tè, tisane e infusi di ogni tipo e della loro meravigliosa Naturkosmetik.
Tornando in Italia faccio sempre il pieno di bustine rapide, ma buone e di una quantità industriale di olii e creme, che non descrivo per amore del lettore disinteressato.
Stamattina, complici i filtri da lavare e la voglia di madeleine, il mio tè è un Energie Tee Zitrone-Ingwer (limone e zenzero) di Alnatura.

 
"Kennst Du das Land, wo die Zitronen blühn"
 
Wilhelm Meister, Johann Wolfgang von Goethe


Tè tedesco.
Tazza svedese.
Tovaglia (molto) italiana.
Citazione difficile.
Buongiorno!

martedì 11 febbraio 2014

A casa con Holden. (Mille libri, un solo libro).

Di libri sono piene le librerie, le biblioteche, le scuole, le case editrici, gli scaffali dei lettori, i mercatini, il macero e le cantine. Le parole da leggere, da conoscere e, in alcuni casi, da sapere a memoria, sono tante, tantissime e inseguire la letteratura non serve a molto, vincerà sempre lei.  
È più bella, più grande e più densa di ogni possibilità. Spesso capita che, davanti alle novità in vetrina o ai classici infilati là dove tutti dovremmo avere la sicurezza di saperci muovere, nella cultura che ha insegnato la scuola, si pensi che sia una lotta alla voracità, una sfida con la conoscenza, una maratona delle mille mila pagine e sono giorni di lettura arrabbiata. Poi invece, ci sono quei giorni bellissimi e tranquilli, in cui non serve altro che uno di quei quattro o cinque titoli che salveremmo dall'incendio di casa nostra.
"Il giovane Holden", lo salvo dall'incendio e non solo, lo trasloco da casa mia all'università, dalla casa fuori sede numero uno alla numero due e alla numero tre, me lo porto in Erasmus nel 2001 e lo rileggo tutti i giorni per sei mesi, lo tengo vicino alla pancia mentre divento madre e lo infilo nella valigia pronta dal settimo mese, lo sposto nella ricerca di un luogo da adulta dove non inciampare sempre su me stessa, lo riporto a casa mia perché in realtà quello è il suo posto e ne compro un altro, col prezzo in euro stavolta, e lo leggo perché è nuovo, lo abbraccio e lo apro a caso.
Davanti alla Letteratura del mondo, c'è il libro dell'anima e rimette a posto il rapporto frustrante col mare irraggiungibile di ciò che si dovrebbe leggere, con la bulimia di ciò che si vorrebbe conoscere e riporta un lettore alla sua umanità, lo riprende con sé e, nel mio caso, fa venire voglia di ballare a casa.

"...ma io con Phoebe non ballo mai in pubblico né niente. Lo facciamo solo a casa, per scherzo. 
E con lei è diverso ad ogni modo, perché sa ballare. Ti segue in tutto quello che fai. Se la tieni ben stretta, voglio dire, perché così non conta se hai le gambe tanto più lunghe delle sue. 
Lei ti viene dietro."

Il giovane Holden, J.D. Salinger.

venerdì 7 febbraio 2014

La bellezza delle cose fragili. Taiye Selasi

La mia copia.
"La bellezza delle cose fragili" racconta la storia di una famiglia partendo dal momento in cui l'uomo che l'ha creata si porta una mano al petto per toccare quel cuore che in questo momento sta smettendo, improvvisamente, di battere. Nei secondi in cui inizia la nuova vita della sua famiglia, Kweku Sai è nel cortile della sua strana casa col cielo al centro e, in pigiama, sta lasciando la vita e aprendo la porta al racconto di ciò che è stata e di ciò che in essa ha creato. Kweku e Fola hanno quattro figli, sono ghanesi e arrivano a vivere negli Stati Uniti. Non restano completamente ghanesi e non diventano americani, perché le radici che Taiye Selasi dà ai suoi personaggi sono elastiche e motori di libertà, ma definite e chiare, nette come il colore del sangue e la morte che colpisce i bambini in Africa, quella morte aberrante in una parte del mondo, terribile, ma ordinaria in un luogo differente. Un luogo in cui il dolore non fa paura, fa soltanto male.
Il racconto di una vita famigliare articolato in una coralità speciale, che non soffoca la personalità di ogni componente di quel gruppo itinerante nello spazio e nelle culture. Una storia ricca di donne insofferenti e profonde e di uomini che tentano di guardare fuori da loro stessi e capire.
Un libro in movimento, sulle onde di un viaggio dentro un cuore che si ferma, nella famiglia che quel cuore ha amato come bambino e in quella che ha costruito da adulto. E in quella morte improvvisa, la riscoperta di quattro fratelli che tornano alle origini per salutare il proprio padre, la propria radice comune e, guardare negli occhi la donna che resta sola e con tempra di madre e sofferenza di moglie.
Le luci delle metropoli americane e il buio degli spazi africani descritti entrambi come se fossero l'unica possibilità di vita, l'unica scelta giusta, la cosa vera e reale e, rendersi conto che proprio la realtà può essere ovunque se reale è lo spirito con cui è vissuta. Ogni personaggio di questo libro mi ha fatto venire voglia di incontrarlo, di parlarci, di chiedere i perché di quei sentimenti, di quelle solitudini se pur in un gruppo così vivo anche se poi diviso e arrabbiato. E gli errori, veri o creduti tali, propri o di altri, ma che cadono addosso come il giorno del giudizio e scoprire che si è capaci di rovinare tutto, di mandare all'aria tutto, di voltare le spalle a ciò che si è costruito e semplicemente tornare a casa.
Perché il sangue non è mai stato acqua, la casa mai stata soltanto di mattoni.



"La bellezza delle cose fragili" ,di Taiye Selasi ed edito da Einaudi, è stato il primo libro letto da @TwoReaders, il gruppo di lettura ideato da Il tè tostato e sostenuto dalla partecipazione di tante persone e dall'impegno di una fedele cofondatrice.

lunedì 3 febbraio 2014

Gli addii. Juan Carlos Onetti.

Gli addii. Juan Carlos Onetti.
Sur. La mia copia
Non conosco la letteratura sudamericana, avrò letto tre o  quattro libri al massimo, non mi sono piaciuti o almeno non molto e non sono andata oltre.
Il 2014 però è iniziato in modo insolito leggendo "Gli addii" di Juan Carlos Onetti, cacciando i pregiudizi sono approdata a un'edizione Sur completa di una prefazione di Antonio Munoz Molina e di un saggio di Mario Benedetti, in cui si illustra l'autore uruguayano. La storia è ambientata da qualche parte in qualche tempo e i protagonisti di certo hanno un nome, ma Onetti non svela nulla di tutto questo.
Siamo in un non tempo e in uno spazio appena accennato dalla presenza di un sanatorio, della montagna, di una posta e di autobus che vanno e vengono dalla "capitale". Non c'è niente di definito, non c'è un'ambientazione decisa e questo nella prima fase della lettura mi rendeva difficile l'ingresso nelle vicende. La voce narrante è del gestore di una sorta di ritrovo in cui si riceve la posta, ma in cui è possibile mangiare e bere nell'attesa degli autobus e nel tempo libero di chi lavora nella cittadina. La descrizione dei luoghi rimane ridottissima, solo pochi cenni a un pavimento di terra battuta, alle scale nell'albergo, a una discarica.
In questo scenario che sembra un quadro bagnato in cui i colori si mescolano e le figure perdono i loro contorni, viene raccontata la storia di un uomo malato arrivato lì per curarsi, un uomo molto alto che era stato uno sportivo e oggi è un triste e riservato signore che riceve regolarmente della corrispondenza che sembra provenire sempre dalle stesse due persone. In concomitanza della visita prima di una donna, poi di una ragazza, alcune delle lettere smettono di arrivare e la vita dell'uomo prende i contorni del mistero. Le chiacchiere di un infermiere del sanatorio, di una cameriera dell'albergo e del gestore della posta si animano intorno alla vita del protagonista e al suo rapporto con quelle donne. L'aspetto straordinario è che i personaggi principali, in assenza di nomi e con pochissimi tratti fisici, sono caratterizzati soltanto dal loro sentire, si prescinde quasi del tutto dalle descrizioni, pur dando forma alle persone attraverso ciò che di più le differenzia, sentimenti, anima, intimità dei pensieri. La storia va avanti sulle percezioni e il racconto dei tre osservatori e, le loro congetture nei momenti di buio, quelli in cui l'uomo chiude la porta della sua stanza, esce dalla posta, si rifugia nella casa in montagna, col costante segreto del contenuto di quelle lettere.
C'è una scena bellissima in cui l'uomo e la ragazza si siedono alla posta e

"venivano dicendo qualcosa, senza sforzarsi, scoprendolo sul viso dell'altro, abbagliati e senza muovere le palpebre",

l'ho riletta tante e tante volte, l'amore e la malinconia nella descrizione di un dialogo senza chiarirne le parole, ma soltanto il modo di parlare, molto emozionante. Dicono che Onetti ricordi Faulkner, a me, in questo passaggio, ha fatto pensare a Simenon, ma si sa sono solo un lettore non posso sapere di letteratura (se non come istinto).
Un libro doloroso e malinconico, con uno sguardo esterno in cui la voracità con cui si osserva la vita degli altri ha il volto del pettegolezzo, ma anche della partecipazione, una riflessione sulla malattia e sulla guarigione e su come l'amore sia il connotato più descrittivo di ogni volto.