lunedì 3 febbraio 2014

Gli addii. Juan Carlos Onetti.

Gli addii. Juan Carlos Onetti.
Sur. La mia copia
Non conosco la letteratura sudamericana, avrò letto tre o  quattro libri al massimo, non mi sono piaciuti o almeno non molto e non sono andata oltre.
Il 2014 però è iniziato in modo insolito leggendo "Gli addii" di Juan Carlos Onetti, cacciando i pregiudizi sono approdata a un'edizione Sur completa di una prefazione di Antonio Munoz Molina e di un saggio di Mario Benedetti, in cui si illustra l'autore uruguayano. La storia è ambientata da qualche parte in qualche tempo e i protagonisti di certo hanno un nome, ma Onetti non svela nulla di tutto questo.
Siamo in un non tempo e in uno spazio appena accennato dalla presenza di un sanatorio, della montagna, di una posta e di autobus che vanno e vengono dalla "capitale". Non c'è niente di definito, non c'è un'ambientazione decisa e questo nella prima fase della lettura mi rendeva difficile l'ingresso nelle vicende. La voce narrante è del gestore di una sorta di ritrovo in cui si riceve la posta, ma in cui è possibile mangiare e bere nell'attesa degli autobus e nel tempo libero di chi lavora nella cittadina. La descrizione dei luoghi rimane ridottissima, solo pochi cenni a un pavimento di terra battuta, alle scale nell'albergo, a una discarica.
In questo scenario che sembra un quadro bagnato in cui i colori si mescolano e le figure perdono i loro contorni, viene raccontata la storia di un uomo malato arrivato lì per curarsi, un uomo molto alto che era stato uno sportivo e oggi è un triste e riservato signore che riceve regolarmente della corrispondenza che sembra provenire sempre dalle stesse due persone. In concomitanza della visita prima di una donna, poi di una ragazza, alcune delle lettere smettono di arrivare e la vita dell'uomo prende i contorni del mistero. Le chiacchiere di un infermiere del sanatorio, di una cameriera dell'albergo e del gestore della posta si animano intorno alla vita del protagonista e al suo rapporto con quelle donne. L'aspetto straordinario è che i personaggi principali, in assenza di nomi e con pochissimi tratti fisici, sono caratterizzati soltanto dal loro sentire, si prescinde quasi del tutto dalle descrizioni, pur dando forma alle persone attraverso ciò che di più le differenzia, sentimenti, anima, intimità dei pensieri. La storia va avanti sulle percezioni e il racconto dei tre osservatori e, le loro congetture nei momenti di buio, quelli in cui l'uomo chiude la porta della sua stanza, esce dalla posta, si rifugia nella casa in montagna, col costante segreto del contenuto di quelle lettere.
C'è una scena bellissima in cui l'uomo e la ragazza si siedono alla posta e

"venivano dicendo qualcosa, senza sforzarsi, scoprendolo sul viso dell'altro, abbagliati e senza muovere le palpebre",

l'ho riletta tante e tante volte, l'amore e la malinconia nella descrizione di un dialogo senza chiarirne le parole, ma soltanto il modo di parlare, molto emozionante. Dicono che Onetti ricordi Faulkner, a me, in questo passaggio, ha fatto pensare a Simenon, ma si sa sono solo un lettore non posso sapere di letteratura (se non come istinto).
Un libro doloroso e malinconico, con uno sguardo esterno in cui la voracità con cui si osserva la vita degli altri ha il volto del pettegolezzo, ma anche della partecipazione, una riflessione sulla malattia e sulla guarigione e su come l'amore sia il connotato più descrittivo di ogni volto.

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