sabato 24 gennaio 2015

Poesie. Cesare Pavese.

Cesare Pavese, Poesie.
n.9 NUE Einaudi.
La mia copia.
Le poesie di Pavese in edizione Einaudi n.9  NUE, settima edizione 1968, trovate in bancarella a Roma, c'è anche una dedica senza data, una donna la rivolge a un uomo citando Lorca. Pavese era poeta, scrittore, traduttore, saggista, coraggioso, dolorante e poi a un certo punto era morto. Piemontese delle Langhe, appassionato di Withman, antifascista e amico degli uomini della storia culturale d'Italia e della sua letteratura. Un professore che per lavorare cedette alla tessera e se ne rammaricò da allora in poi, fu il mentore di Fernanda Pivano con cui fecero il gesto di regalarci l'Antologia di Spoon River, fu il traduttore di Melville, e poi arrivò Einaudi, il rapporto con l'editore, le lettere, la rottura, il suo diario, il confino e la pubblicazione di "Lavorare stanca" ora qui in questo volume trovato per caso. E di nuovo dall'inglese all'italiano con Dos Passos, Steinbeck, la guerra, l'amicizia con Ginzburg, la prigione, le torture, e poi il Partito Comunista, l'Unità, Roma, l'amore e poi basta col sonnifero. Una vita di cui se ne possono fare cento, una morte che, come tutte le morti e quelle violente ancora di più e quelle per mano propria più della altre, si meritano discrezione e rispetto, tanto quanto la vita.
Pavese intimidisce, almeno me, non posso dire nulla su di lui, lo leggo, cerco di capire qualcosa, mi appassiono alla sua stessa esistenza e mi stupisco di come in una sola vita possano incontrarsi tante persone significative per molti, come si possano avere degli ideali, delle idee, dei bisogni, più veri e più profondi di quelli dell'ora e subito, di come poi possano schiacciare, di come il senso di sconfitta possa gravare fino a fare sentire una responsabilità o una solitudine che dovrebbero essere portati da più di un paio di spalle soltanto. Pavese è il mio termine di confronto con l'irraggiungibile e con il desiderio di conoscere, di incontrare e di diventare. C'è tutta quella parte di storia italiana dalla guerra alla ricostruzione, e di storia dell'editoria con Giulio Einaudi, Ginzburg, Vittorini e quella sensazione che a Torino ci sia stato qualcosa di diverso e fin da molto prima, da quella capacità di sentire e comunicare, la voglia di creare, l'idea della possibilità e la concreta realizzazione di una città che era di re, che fu capitale e risorgimento e industria e pioniera in un Paese frazionato e scomposto. Incontrare Pavese poeta a Roma, per caso, nella città in cui fu triste e nella collana più amata dagli amanti dei libri e così si incontra un mondo (come sempre) sulla vita di una persona, di un autore, di un editore, di una città e di un Paese, nella consueta scatola cinese degli incontri casuali. Magari un giorno mi capita in mano un libro da "I millenni", la collana che Pavese pensò e diresse per Einaudi a metà degli anni '40, e allora sarò costretta a studiare un po' di più. Intanto sono qui con le poesie a cercare di capire se davvero fosse tutto dolore.

2 commenti:

  1. ne ho letto un pò, ho iniziato sospeso interrotto ripreso divorato. L'ho capito??? un poco si e molto no ma sopratutto non mi interessava tuffarmi nella Sua Umanità ( e dico questo con enorme senso di rispetto e sopratutto di umiltà) quanto lasciarmi andare al mondo che evocava, le prime vere sensazioni quasi tangibili e struggenti sentimenti, ma anche orizzonti infiniti . Mi ci sono avvolto e ci ho galleggiato.
    Maieutica pura.
    Grandioso e schivo, come il Suo Piemonte di allora.

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