sabato 2 maggio 2015

Avvicinarsi a Lo Scuru con Orazio Labbate

La prossima lettura di @TwoReaders è "Lo Scuru" di Orazio Labbate, pubblicato da Tunué. Per entrare nelle atmosfere della storia e conoscerne un po' meglio l'autore ecco le domande che Il tè tostato ha potuto rivolgergli. Ringrazio molto Orazio per la disponibilità e lo invito a seguire il gruppo, domani saranno pubblicati regole e programma.
Lo Scuru è il tuo libro di esordio, è anche la prima cosa che hai scritto? Ho letto che c’è stato un momento di dolore nella tua vita che ha scatenato il bisogno di scrivere, fino ad allora non lo sentivi? Prima dello Scuru, ho scritto poesie; e un dialogo mortuario con gli elementi dell'Aldilà: a metà tra la lirica e la prosa. Custodisco altresì due raccolte poetiche inedite ché la poesia fu la mia prima forma di scatenamento dello spirito. Prima della morte di mia nonna il dolore era pertanto solo metafisico, intimo, e furioso. Colla morte materica, e non con l'immagine di essa, la scrittura allora ha preso moto e si è trasformata nella narrazione: in romanzi.

La scrittura e la pubblicazione che rapporto hanno per te? Perché hai scelto di far arrivare a tutti questa storia?
Io credo che ogni scrittore abbia come fine ultimo della sua fatica letteraria la pubblicazione dell'opera. Tuttavia l'essere scrittore non dipende dalla pubblicazione; dipende dalla commistione di due elementi importanti: il fuoco, e il metodo. Il primo non è possibile ricrearlo, è lo sconfinamento del proprio io verso altri territori impercettibili che possiedi o non possiedi; il secondo è basato sul sacrificio, e quindi è possibile replicarlo col duro lavoro sul testo. Non c'è stata in me la scelta primordiale di fare arrivare questa storia ai lettori. C'è stata la mia necessità spirituale, il mio bisogno notturno di urlare della solitudine e dell'oscurità. Se questa pura tensione esiste allora il lettore la percepirà.
    
Come sono nati i contatti col tuo editore e col tuo editor? Alla fine ringrazi, tra gli altri, Vanni Santoni, che genere di confronto avete avuto sulle tue pagine?
Ho raggiunto Tunué grazie all'intermediazione, prima del mio amico, nonché scrittore, Alcide Pierantozzi, poi tramite il contatto effettivo da parte del mio agente, Cristina Tizian, con Vanni Santoni(editor Tunué). Vanni Santoni è un editor capace di entrare nella materia del manoscritto. Riesce, senza invadere il testo, a evocare la maggiore letterarietà del futuro libro. E' quindi un editor devoto alla letteratura. Lavorare con lui è stato come lavorare con me stesso, e con uno scrittore autentico che lotta senza sosta per quella cosa che ancora può esistere: la  letteratura.
    
Il libro sembra incardinato sulla terra e sul ricordo, sul percorso di un uomo e sul suo divenire dall’infanzia, eppure il protagonista si muove in discesa, scende verso se stesso, hai sviluppato la storia così come ci appare? All’indietro da oggi ad allora?
Si. Il mio obiettivo era ricadere nello sprofondamento dello spirito e potevo ottenerlo solo accedendo all'indietro, nel tempo, verso la tenebra del passato di Razziddu.
    
La lingua che usi per raccontare la storia di Razziddu Buscemi, o meglio che lui usa per raccontare se stesso, è una caratteristica regina del tuo libro, che lingua è? 
E' una lingua buia che tenta di dilacerare l'elemento materiale delle cose empiriche, territoriali, per lasciare spazio alla nascosta metafisica dello spazio che ci circonda. Il dialetto buterese pertanto si incendia e non lascia tregua a supposti momenti di pacificazione; gli unici attimi sono quelli in cui si inserisce la lingua italiana che funge da pausa, da riposo istantaneo, durante questo impazzamento “scuru”. 
    
La scelta di non scrivere soltanto in italiano, ma di usare tantissimo il siciliano, è al servizio della storia e dell’atmosfera o è l’espressione del suo autore, la tua?
E' entrambe le cose. Ma sopra ogni cosa è la mia lingua: la mia necessaria voce. Senza questa Lo Scuru non sarebbe mai esistito.
    
Leggendo il tuo libro ho pensato che fosse sostenuto dalla necessità di affondare nel buio, fin dall’incipit con la morte dell’amore. Razziddu Buscemi ricorda voci disperate, morti, immagini sconfortanti, paura, e non rifugge quei pensieri ma ci si tuffa. 
Si. Per esaminare gli atomi del buio Razziddu doveva non uscirvi. Doveva pertanto abbandonarvisi; e nell'abbandono farsi masticare  dalle apparizioni, dallo spiritico, dalla religione cattolica con le sue icone e il suo Cristo dei Puci; dalle strade gotico-texane, dal portico notturno iniziale...
    
La religione è presente come forma di oscurità; redenzione, luce di Dio e regno dei cieli non arrivano mai se non forse nelle ultime parole. Che Dio è quello di Razziddu Buscemi? 
E' un Dio silente eppure incombente, che si manifesta tramite segni e incubi. Tramite i posti. Che si manifesta nella malinconia tenebrosa di Razziddu. Che si manifesta nell'allucinazione ancestrale di chi sta per morire.

Questo libro colpisce perché sembra nasconda la voglia di dire qualcosa che non si esplicita, pare che chieda di leggere tra le righe eppure le tiene strette, pare che sia il racconto di tutt’altro al quale s’è data la forma di un uomo.
Dei segreti non posso rispondere. Tuttavia oltre la parola stampata c'è sempre un fantasma che l'ha scritta, e che aspira a sprigionarsi dal mondo in cui sta vivendo.

Il gruppo di lettura @TwoReaders farà un gran lavoro sul tuo libro, ognuno lo leggerà individualmente, ma poi lo condividerà con commenti, citazioni e immagini, ti incuriosisce o ti infastidisce questo scavare tra le tue parole? Magari nessuna delle due.
Mi incuriosisce, con mia reale attenzione. Anzi, ringrazio il gruppo di lettura per questo lavoro e per il tempo dedicato al mio romanzo.

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