giovedì 11 maggio 2017

Caffè nero per tutti: le Edizioni Black Coffee


credits: Black Coffee


È nata da poco una casa editrice dedicata alla narrativa nord americana, si chiama Black Coffee, gli editori sono già noti ai book blogger, ma per tutti i lettori ecco qui il nuovo progetto editoriale di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti. 

Black Coffee è un pulcino dell’editoria, è nata da pochissimo e dalla passione di qualcuno che si è trasformato in editore, ve lo avranno chiesto in tanti, ma vi va di raccontare il momento in cui avete deciso “ok, si parte.”?
Me lo ricordo come fosse ieri. È stato nell’inverno del 2013 che ho proposto a Leonardo di aprire una piccola casa editrice in cui riversare la nostra esperienza di traduttori e scout. Era sera, poco prima di cena, e gliel’ho detto più che altro per vedere che faccia faceva. Poi però mentre gli elencavo le mie motivazioni, mi sono accorta che ci credevo più di quanto immaginassi, che avevo le idee già molto chiare, che sapevo dove andare. Quando ho smesso di parlare, lui ha detto solo, Ma sì, proviamoci, non ci manca nulla. Poco dopo siamo andati a trovare mia sorella, che all’epoca viveva ad Amsterdam e chiacchierando con lei è spuntato fuori il nome, Black Coffee (stavamo ascoltando la canzone interpretata da Ella Fitzgerald). Nei mesi a venire ci siamo rimboccati le maniche: abbiamo sviluppato il progetto, valutato autori, cercato alleati. Eravamo quasi pronti. Abbiamo detto “Ok, si parte” all’inizio del 2014, ma i timori erano ancora tanti e, quando è arrivata la proposta di portare Black Coffee nel catalogo Clichy sotto forma di collana, abbiamo accettato. Ci servivano delle conferme, avevamo bisogno di capire che cosa pensavano i lettori delle nostre scelte. Ci capiranno?, ricordo che mi chiedevo, perché non ho mai messo in dubbio che io e Leonardo avessimo fiuto. E ci avete non solo capito, ma anche sostenuto. Si è instaurato un dialogo tra noi e voi. A quel punto non siamo più riusciti ad accontentarci, ad adeguarci a una realtà che non ci rispecchiava in tutto e per tutto, a chiedere il permesso, insomma. Dovevamo proseguire da soli quella conversazione iniziata con i nostri lettori. Perciò, nella primavera dell’anno scorso, ci siamo detti, Ora basta, si parte davvero. E recuperata l’indipendenza, siamo andati per la nostra strada. 

Facciamo subito quelle cosa bellissima che le rockstar fanno alla fine dei concerti, quando si presenta tutto il gruppo, voi chi siete? E come vi siete trovati?
Io e Leo, ormai lo sapete, ci siamo conosciuti in Giunti e abbiamo proseguito insieme come traduttori freelance. Lui fiorentino doc, io pesarese trapiantata prima a Bologna poi a Firenze. Lui giovane, serio e metodico, io un po’ meno giovane, molto meno seria, affatto metodica. Volevamo circondarci di professionisti che condividessero le nostre scelte, che non solo sapessero lavorare bene, ma che comprendessero i nostri intenti senza bisogno di tante parole. Non importava che vivessero a Firenze, ancora non abbiamo una sede vera e propria. Black Coffee è più uno stato mentale! Come prima cosa, siamo andati a ripescare quelle persone che nel corso del tempo avevano dimostrato uno spirito affine al nostro. Raffaele Anello (grafico e art director di Black Coffee; vive a Berlino) ed Emanuela Busà (redattrice) erano stati nostri collaboratori in Giunti. Siamo anche grandissimi amici e con Black Coffee coroniamo finalmente il sogno di lavorare a una cosa che è soltanto nostra. Poi abbiamo scelto le figure che ci mancavano: Giorgio Collini, responsabile dei social media, è di Roma e con lui ci siamo capiti al volo, la comunicazione di BC doveva essere in un certo modo ed era il suo modo; Marta Ciccolari Micaldi, alias la McMusa, l’avevo incontrata a un Salone del Libro, quando ancora eravamo una collana di Clichy, e scambiandoci due chiacchiere ho capito che le nostre strade si sarebbe incrociate di nuovo, così appena aperta Black Coffee come realtà indipendente le ho affidato il compito di aiutarci a “raccontare” questa storia perché la conosceva, la amava e sapeva comunicarla nel modo giusto, con serietà ma anche con un atteggiamento pop cui puntavamo; Marta ci ha presentato Francesca Pellas che ora è il nostro ufficio stampa/scout di base a New York (mi sono bastati due messaggi vocali e una mail per capire che era una di noi, e le ho proposto di salire a bordo). 

Come scegliete i libri, quali sono le vostre regole per la caccia al titolo e all’autore, se ne avete?
Stabilita la linea editoriale (autori nordamericani esordienti alternati a recuperi dal passato, voci femminili in prima linea – quest’anno pubblichiamo solo donne, come dichiarazione d’intenti – fiction e non fiction, attenzione alla forma del racconto), ci siamo messi alla ricerca di testi insoliti, che trattassero cioè temi conosciuti, ma da punti di vista nuovi. Solitamente facciamo così: io individuo gli autori, valuto le opere che attirano di più la mia curiosità e, se passano, le sottopongo a Leo. Passano solo autori che mi afferrano per la gola entro la cinquantesima pagina. Sono disposta a sorvolare su certe ingenuità – soprattutto con gli esordienti – ma mi devono prendere. Non sono una persona paziente. Mi innamoro e non vedo più niente. Allora qui subentra Leo che modera, che mi pone domande, insinua il dubbio. Se riesco a convincerlo nonostante le reticenze, il libro passa e inizia la lotta per l’acquisizione dei diritti. Ma questa è un’altra storia.

Black Coffee ha degli editori di riferimento? Dei modelli di impresa o di catalogo?
I nostri modelli di riferimento sono le case editrici indipendenti americane, perché ci piace la spontaneità e l’entusiasmo con cui costruiscono il loro rapporto con i lettori. Come ho detto in altre occasioni, siamo e resteremo una realtà di piccole dimensioni, per essere liberi di creare un discorso che magari non interessa a tutti, ma fa breccia su chi ha le nostre stesse passioni. In America sono tante le case editrici così e creano una rete culturale di grande valore. Sopperiscono alle mancanze della grande editoria. Per dirne una, osservo molto Two Dollar Radio, fondata da una coppia come noi che pubblica testi coraggiosi e insoliti. Cerco per quanto possibile di non “imitare” nessuno, perché altrimenti non offriremmo nulla di nuovo al panorama editoriale italiano.

Il futuro di Black Coffee è già programmato? Sapete dove state andando?
Sappiamo molto bene dove stiamo andando, cosa vogliamo portarvi e come, ma di certo non abbiamo programmato tutto, per carità. Siamo consci delle dimensioni che vogliamo raggiungere, dei nostri punti forza e delle nostre debolezze. Guardiamo tutti nella stessa direzione, ma restiamo aperti alle eventualità. Questa è un’avventura, se sapessimo già tutto, non ci sarebbe più gusto.

Siete già molto presenti online, sui social e in contatto con i book blogger, qual è il vostro rapporto con chi parla di libri qui sul web? Twitter, Instagram sono diventati analoghi a un passaparola, credete nella comunicazione eterea?
Crediamo molto nel dialogo con i nostri lettori. Siamo diventati editori per comunicare qualcosa. Facciamo libri per voi, non per noi stessi, e desideriamo sapere che cosa vi suscitano. Nel corso degli anni ho instaurato un rapporto stretto con molti blogger che stimo e con lettori in generale che si sono dimostrati particolarmente attenti. Mi piacerebbe accorciare il più possibile la classica distanza fra editore e lettore. Troppo spesso l’editoria assume atteggiamenti snob, avvolgendosi di un’aura di distacco che non fa bene a nessuno. Senza il sostegno di alcune persone che scrivono di libri sul web, noi forse non avremmo avuto tutto questo coraggio. Quindi sì, credo nel potere del passaparola sui social, ma apprezzo solo pareri ragionati, critiche motivate, complimenti sinceri. Dei leccaculo non me ne faccio niente.

A breve saremo tutti a Torino, noi lettori per piacere, noi blogger per conoscere, salutare, scoprire (scusa ma ho uno sdoppiamento di personalità a volte), voi editori anche per promuovere. Cosa pensa Black Coffee delle fiere e come vi state preparando al vostro primo Salone del Libro?
Adoriamo le fiere perché ci permettono di conoscere di persona i nostri lettori, farci un’idea di chi è il nostro lettore tipo. Io e Leo siamo tipi socievoli, e la fiera ci dà modo di far capire che Black Coffee è frutto della nostra passione, non solo un’impresa economica. Quest’anno in particolare il Salone si preannuncia elettrizzante e siamo fieri di debuttare in questa edizione che promette un’attenzione particolare agli Stati Uniti. Avendo soltanto tre titoli in catalogo abbiamo deciso di partecipare all’interno dell’incubatore e offrire ogni sera un aperitivo particolare, con letture dal nostro ultimo titolo, Happy hour di Mary Miller, accompagnate da cocktail a base di vodka texana. Insomma faremo del nostro meglio per raccontarvi lo spirito della nostra casa editrice e lasciarvi dentro qualcosa (non solo l’alcol!).

Cosa vedremo prossimamente marchiato dalla vostra (fichissima) tazza di caffè?
Dopo Happy hour faremo una piccola pausa e torneremo in autunno con un’opera di non fiction di Amy Fusselman, autrice esordiente, e un’antologia di racconti di Joy Williams, grande maestra del racconto americano ancora praticamente (e inspiegabilmente) sconosciuta in Italia. A chi sarà al Salone consiglio di venire a curiosare nel nostro catalogo!

Cosa vi augurate?
Ci auguriamo di poter avere il successo sufficiente a continuare a fare quello che stiamo facendo. Né più né meno.

Grazie Sara e buona lavoro a voi.



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